Paolo Rodari, giornalista vaticanista

                                                   Sull’enciclica di Papa Benedetto XVI

Con la seconda enciclica del suo pontificato (una lettera indirizzata ai vescovi e ai fedeli tutti) – si intitola Spe Salvi, salvati nella speranza, 77 pagine nella versione in lingua italiana – Benedetto XVI torna a parlare delle semplici verità della fede. Dopo l’enciclica dedicata alla terza virtù teologale, l’amore, ecco quella dedicata alla virtù teologale della speranza. E quindi le profonde riflessioni sui Novissimi, ovvero sulle “realtà ultime” alle quali la speranza cristiana, se innervata dalla fede, invita a guardare senza disperazione: morte, giudizio, inferno e paradiso.

Cosa significa sperare per i cristiani? Cosa è la speranza? Benedetto XVI risponde in modo semplice ed efficace, richiamandosi a quanto la Tradizione della Chiesa ha da secoli sostenuto in merito. Sperare significa ancorarsi alla presenza di Dio resosi carne in Cristo, significa fondare la propria esistenza e le aspettative sul futuro sulla persona di Cristo, sulla fede in Lui.

In questo senso – è un passaggio importante della Spe Salvi -, coloro che hanno cercato di fondare l’esistenza propria o addirittura quella di un’intera società – è il caso, ad esempio, dell’ideologia marxista -, errano perché intendono salvare l’uomo senza Dio. Ma senza l’ancoraggio nella fede in Lui non vi può essere salvezza, il presente è incerto e il futuro disperato. L’errore di Marx – ha detto il Pontefice – è stato quello di non aver compreso come «l’uomo rimane sempre uomo» e cioè abbia il male dentro di sé sempre pronto a esplodere. Lo ha dimostrato anche la miopia di chi crede esclusivamente nelle possibilità della scienza, nel progresso che «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male».

Benedetto XVI ha citato nell’enciclica tanti teologi e pensatori Oltre ovviamente ai riferimenti alla Scrittura): oltre al Nuovo Testamento (San Paolo soprattutto), vengono menzionati la «piccola schiava africana» santa Giuseppina Bakhita, san Tommaso D’Aquino, san Francesco d’Assisi, sant’Ilario, sant’Agostino (padre della Chiesa prediletto dal Pontefice), sant’Ambrogio, Bernardo di Chiaravalle, il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin, il cardinale Nguyen Van Thuan, Platone, Lutero, Kant, Marx, Adorno, Henry de Lubac, Francesco Bacone, Dostoevskij.

La speranza cristiana, dunque, è guardare al futuro con fiducia grazie alla fede in Cristo. Al futuro e, dunque, alle realtà ultime. Ogni uomo spera nell’eternità, seppure rifugga all’idea di dover morire per arrivarvi. Eppure, tramite l’allenamento della preghiera, il desiderio di Dio può entrare nell’uomo fino a fargli desiderare senza paura l’eternità. Con la preghiera, anche nei momenti più duri della vita, si può sperare nell’eternità, nella certezza che il cielo non è vuoto». E la sofferenza può divenire un canto di lode. Alla fine tutti gli uomini dovranno passare attraverso il giudizio di Dio. È un’immagine, quella del giudizio, che «chiama in causa la responsabilità» dell’uomo perché, come disse Dostoevskij, «i malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime».

Dicembre 2007 edizione del Centro numero 6

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