Ci vuole stile nella ricerca della verità

Articolo di: Iole Filosa

Il 24 gennaio si festeggia, secondo il calendario cristiano, San Francesco di Sales, protettore dei giornalisti, degli scrittori e di tutti coloro che portano il cristianesimo nel mondo attraverso i mezzi di comunicazione. Un santo che costituisce, come ricorda don Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Nazionale della Cei per le Comunicazioni sociali «un riferimento per la sua audacia nel trovare linguaggi sempre nuovi» nella sua opera di evangelizzazione.

Al giorno d’oggi il problema della comunicatività e della comunicazione si impone urgente all’attenzione sia degli addetti ai lavori che ai fruitori del servizio. In modo ancor più complesso questo problema si intreccia con l’etica cristiana e con le modalità in cui il giornalista cattolico deve e può rapportarsi con i fatti di cronaca e ancora più con eventi strettamente legati alla Chiesa e alle sue delegazioni locali.

Alla soglia dei quattro anni di attività sul territorio come giornale socio-religioso tra piccole conquiste e un percorso di crescita delicato e intenso, ci è sembrato interessante dedicare e condividere con i lettori un approfondimento sullo spirito con cui si lavora in questo campo e su quali siano gli obiettivi, i pilastri ideologici e, perché no, anche le problematiche che sospingono la nostra passione e il nostro impegno nel settore in penisola sorrentina.

 

Il giornalista Marco Iasevoli

Per entrare nel vivo dell’argomento ci siamo rivolti a Marco Iasevoli, giornalista professionista presso “Il Mattino”, “Avvenire” e “Segno”, tra le altre testate, e responsabile nazionale dei giovani di Azione Cattolica. Una voce guida, estremamente disponibile e appassionata del proprio lavoro, che risponde quindi sia alla deontologia professionale del giornalista che all’etica cattolica. Facciamo nostra la sua esperienza per procedere in questo percorso alla scoperta del “mestiere”.

Innanzitutto cos’è il giornalismo? «Il giornalismo risponde ad un bisogno di verità e di chiarezza nelle cose – ci dice Marco – è il modo in cui non solo far venir fuori la verità, che è un aspetto del lavoro, ma anche saperla scrivere e spiegare, che è il secondo aspetto fondamentale del lavoro giornalistico».

La nostra attenzione si concentra, come detto, sul giornalismo in materia religiosa, che abbraccia quindi tutto ciò che può riguardare e interessare la vita del cristiano proponendo le tematiche in maniera costruttiva anche quando gli eventi portano ad un’osservazione critica non positiva della realtà: «Il giornalismo religioso, più che essere un settore – continua Iasevoli – è soprattutto uno stile, vuol dire perseguire la ricerca di verità e di chiarezza con uno stile di imparzialità, oggettività, con una deontologia professionale molto solida, con il pieno rispetto delle regole della professione e con una particolare sensibilità umana verso i casi che capita di affrontare quindi venendo meno a quell’aggressività tipica del giornalismo contemporaneo, mettendo, anche nel lavoro, la persona al centro del suo diritto di essere rispettata».

Un campo quindi in cui è evidentemente cruciale effettuare una scelta: dare notizie facendo seriamente informazione o semplicemente fare notizia? Il limite è labile tanto quanto essenziale nella determinazione dello stile e della linea editoriale di un giornale. Nel nostro caso, un giornale locale ad orientamento socio-religioso, la linea editoriale ruota intorno ad una convinzione ben precisa generata dalla materia stessa che il lavoro sottopone mese per mese alla nostra attenzione: il messaggio cristiano, nella sua purezza, si riverbera e si rivela indifferentemente su ogni aspetto della quotidianità dell’uomo e nello specifico trova accoglienza nei gruppi in cui questo messaggio, in modo dichiarato o inconscio, viene reso centro della propria operatività, come le comunità parrocchiali, le realtà diocesane, le associazioni di volontariato, i Comuni, le istituzioni, i gruppi intellettuali, i centri culturali ed ogni persona che abbraccia un determinato senso della relazione con il prossimo. Sfatiamo quindi un primo preconcetto: il cristiano non si interessa solo di Chiesa, solo ed esclusivamente del “proprio giardino” escludendo qualsiasi altra forma di interazione con la realtà. Il cristiano non è alieno, non lo è nel senso stretto del termine, con ironia parlando, e non lo è rispetto alla società. Il cristiano ha il dovere e anche il diritto di potersi confrontare con altri, credenti e non credenti, sulla vita in generale e il giornalista cristiano ha il dovere e anche il diritto di poter scovare nelle mille proposte e stimolazioni culturali e ludiche del mondo la possibilità di crescita spirituale, umana e caratteriale.

Spesso la comunità laica tende a ghettizzare la “categoria” dei cristiani cattolici. Parliamoci chiaramente però: che ci siano episodi, personaggi e atteggiamenti discutibili anche nel mondo credente e che a volte chi predica bene razzola male è un triste dato di fatto. L’esistenza del polo negativo presuppone, però, per principio logico, anche l’esistenza del positivo che non può caricarsi delle ombre opposte. È possibile dunque che nella comunità laica ci sia tutta questa diffidenza verso il mondo cattolico e che addirittura tra colleghi giornalisti ci siano pregiudizi? Marco Iasevoli, forte della sua esperienza, ci risponde: «A malincuore devo dire di sì, nel senso che ero più speranzoso che, anche negli ambienti laici, ci fosse considerazione dell’esperienza di un giornalista che proviene dal mondo cattolico ed ha comunque valori cattolici. In realtà si vede che il giornalista che proviene dal mondo cattolico da un lato viene apprezzato per il suo senso del dovere, per la sua efficienza e per il suo senso di responsabilità, dall’altro però viene tenuto alla larga da alcune tematiche delicate perché lo si ritiene in partenza vittima di pregiudizi e di preconcetti. Questa è una sensazione avvertita in diverse esperienze giornalistiche, superata però con la conoscenza, con le relazioni, con il tempo, quando si è capito che a guidarmi era il senso del dovere professionale».

Ma la considerazione della comunità laica non è l’unico muro che un giornalista cattolico a volte deve affrontare. Si può incorrere in ostacoli molto più sotterranei e dettati dall’ambiente stesso: si deve scrivere o tacere assecondando chi chiede più o meno esplicitamente di non scrivere su questo o quell’argomento o di edulcorarlo? Quasi come se aleggiasse un acre odore di preoccupazione sul come poter nascondere verità scomode invece di non avere affatto verità da nascondere. Parliamo della lotta più antica del mondo, quella tra omertà e libera informazione che assume, nell’ambito della cristianità e nella storia della Chiesa cattolica, un significato molto particolare. Si pensi agli abusi sessuali taciuti, ai segreti vaticani, ai conti delle banche della Chiesa e via dicendo. Perché tutto questo mistero? Ed è possibile che anche in piccole comunità parrocchiali questa censura dell’informazione esista? Davvero c’è una verità da nascondere, argomenti di cui i rappresentanti della Chiesa non vogliono che ci si confronti e si discuta? Su questo argomento si esprime Benedetto XVI nella conversazione con Peter Seewald raccolta nel libro “Luce del mondo”. Il Papa parla con un certo rammarico in merito all‘azione della stampa nei terribili episodi piombati sul Vaticano qualche mese fa e di come alcune testate si siano particolarmente accanite sull‘argomento. Aggiunge però una precisazione molto interessante: «I media non avrebbero potuto dare quei resoconti se nella Chiesa stessa il male non vi fosse stato. Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri hanno potuto rivolgerlo contro di lei».

Il giornalista quindi come si deve rapportare quando viene a conoscenza di notizie che potrebbero screditare la Chiesa e i sacerdoti delle comunità parrocchiali locali? E se qualche rappresentante del clero chiede o minaccia che queste notizie non debbano uscire fuori, il giornalista cattolico si deve prestare a questo gioco? Marco Iasevoli ci risponde in questo modo: «Esiste il buon senso che scavalca ogni tipo di censura e ogni tipo di pressione. Quando una persona è dotata di buon senso ma soprattutto ha tra le mani delle notizie ultra verificate non deve avere paura di nulla. A volte il giornalista tende ad affidarsi alla prima fonte utile, spesso quella più scandalistica, e la segue in maniera pedissequa senza interrogarsi sulla sua bontà. A me non è mai successo ma credo che la miscela giusta sia mettere nel lavoro tanto buon senso, non avere l’ansia da scoop, totalmente inutile specie nel tempo di internet, e soprattutto avere tra le mani sempre e solo notizie molto verificate».

Insomma, il fatto di appartenere ed essere “membra dello stesso corpo”, per dirla alla San Paolo, non inficia la professionalità del giornalista cattolico. Così come l’essere giornalista cattolico non limita la possibilità di discutere e sottoporre all’attenzione del pubblico questioni e problematiche anche delicate che riguardano le realtà ecclesiale che si vive giorno per giorno. Iasevoli a riguardo ci ricorda: «Della Chiesa è difficilissimo parlare perché bisogna penetrare fino in fondo i ragionamenti che si fanno, le logiche che la muovono, le dinamiche che si verificano. Quello che non si può offrire ai cittadini sono versioni semplificate della vita della Chiesa. È un danno per l’informazione. È legittimo parlare della Chiesa, è legittimo parlarne bene e anche criticarla, purché ci sia conoscenza di ciò che realmente accade all’interno. Questo è il grande dovere del giornalista che si occupa di Chiesa. Quando c’è questa conoscenza è giusto, è lecito, è importantissimo informare anche i cittadini perché si facciano una loro idea. Il giornalista che si occupa di Chiesa deve essere in grado di riferirne le reali logiche interne senza tradire quegli elementi di riservatezza, di intimità, di delicatezza che sono tipici della vita ecclesiale».

Va da sé che occuparsi di giornalismo religioso e ancor più praticarlo nelle realtà locali non è del tutto semplice. «Credo conti moltissimo la fede in questi contesti dove ci vuole tantissima pazienza, si fa tantissima gavetta e dove si è sempre a rischio di frustrazione o di delusione perché il lavoro è molto duro» ci ricorda ancora Marco.

Resta immutato il fascino delle immense possibilità che fare giornalismo apre alla natura umana, alla creatività e al contatto con la società. «Voglio fare qualcosa per altre persone usando il giornalismo» diceva Anna Politkovskaja, coraggiosa giornalista russa (il reportage sulla Cecenia che le costò la vita è riproposto magistralmente in un film di Felice Cappa, “Il sangue e la neve”, con un’intensissima Ottavia Piccoli) esprimendo la sua vocazione all’informazione. Ed è in fondo lo spirito che muove anche il giornalismo religioso. Con le parole messe nero su bianco spesso si arriva a confini inimmaginabili, rimangono a disposizione per un tempo indeterminato e cambiano significato e valore a seconda di chi le legge e del momento in cui si trovano a scorrere tra le mani. Nella prospettiva del cristianesimo questo è quanto mai vero: la Bibbia è il libro più tradotto e letto al mondo e chiunque, credente o ateo, riconosce quanto meno un resistente capolavoro di filosofia capace di convincere le masse. Con un giornale, dove viene convogliato l’impegno, la conoscenza, la passione e l’idealità di tanti, gli obiettivi possono essere raggiunti con discrezione ed efficacia. Con un giornale ad orientamento socio-religioso si può anche sperare in un’evangelizzazione implicita: «È possibile evangelizzare se si rispettano le regole deontologiche del giornalismo. È possibile se non si invade la vita privata altrui, se si rispettano le vittime di tragedie sociali, se si mostra un linguaggio pulito, se si mostra uno stile di correttezza di tutte le parti in causa. Insomma se si fa un giornalismo scandaloso nel suo essere diverso dal giornalismo comune che vediamo tutti i giorni. In questo caso c’è un’evangelizzazione implicita: si vede dallo stile». Evangelizzare implicitamente nella libertà della professione e degli ideali vuol dire anche saper riconoscere le numerose possibilità di evangelizzazione in iniziative del tutto laiche e senza pretesa di religiosità, vuol dire proporre confronti sulla società odierna completamente scevre da sfondi cattolici ma dando la possibilità a tanti di confrontarsi e avvicinarsi ad un giornale di natura cristiana, vuol dire trattare in maniera sana tematiche che possano interessare giovani vicini all’Azione Cattolica e non, per permettere ugualmente un “passaggio di grazia”. Vuol dire sostanzialmente poter agire a campo aperto per attirare un’utenza vasta di non soli praticanti e frequentatori di parrocchie ma anche persone ritenute “lontane” ma che portano in grembo il seme della fede.

A questi grandi propositi e grandi speranze, che anche il nostro giornale nel suo abbraccia, si affiancano dei problemi logistici non indifferenti che Marco Iasevoli fa notare: «Il giornalismo può contribuire all’evangelizzazione se i prodotti informativi sono diffusi e letti di più. Il problema in questo momento mi sembra essere che pochissime persone leggono i giornali, sia quelli affermati che quelli locali e diocesani. C’è una scarsa diffusione, una scarsa distribuzione ma anche una scarsa propensione alla lettura. Lo sforzo informativo spesso è frustrato dal fatto che le persone non leggono più. Questo è un grosso danno al giornalismo ma anche al senso civico». Problema che si riflette ovviamente anche per chi collabora dall’interno nelle redazioni dei giornali a piccola tiratura o a materia specifica come quelli a stampo religioso. In questi giornali come racconta Marco, forte della sua esperienza in testate come “Avvenire” e “Segno” «si lavora in un contesto umano favorevole nel senso che alcuni elementi più acuti, come ad esempio l’estrema competitività, esistono ma sono smorzati e attutiti dalle relazioni umane e dal rispetto reciproco. D’altra parte aumenta il senso di responsabilità perché sai di far parte di giornali “minoritari”, cioè che non hanno grandissimi numeri, che puntano molto sulla qualità e che devono fornire con il minor spazio e la minore diffusione disponibile la stessa completezza e ricchezza di informazione di giornali e riviste che magari fanno il doppio delle pagine, hanno dieci volte le tue risorse e numero maggiore di giornalisti».

Su queste basi di consapevolezza e con tanti progetti giovani e propositivi in spalla si apre l’anno 2011 anche per noi del giornale “Il Centro”.

Il testo è tratto dall’edizione del 30 gennaio 2011. Per richiedere questa edizione (numero 43) contatta la redazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...