Le troppe note stonate dell’Ariston

Articolo di: Francesco Bevacqua

Roberto Vecchioni con la spilla-gufo della Gialappa's

Da molti anni ormai prima, durante e dopo il festival della canzone italiana non si parla d’altro che di cachet, di vallette, presentatori e superospiti. Persino i fiori sembrano avere più importanza di quelle che alla fine dovrebbero essere le protagoniste indiscusse della kermesse: le canzoni. Poi si considera il loro livello qualitativo ed è meglio tornare a parlare di cachet, vallette, presentatori. Un tempo tempio di Modugno, Villa, Tenco e altri maestri, oggi vetrina spudoratamente commerciale per artisti sulla via del tramonto o in pseudo-ascesa post-talent show. Quest’anno, in particolare, indigestione di meteore et similia: hanno cantato dagli sconosciuti o quasi Luca Madonia, La Crus e Davide Van De Sfroos fino alle “amiche” Emma e Loredana, quest’ultima in un a dir poco spaventoso duetto con Anna Tarangelo.

Il Festival è iniziato malissimo e vanamente ha cercato di prendere il volo. Luca e Paolo, ultimi esempi del preoccupante scambio pubblico-privato tra Rai e Mediaset, sono quasi riusciti nell’intento di rendere più spumeggiante il palco dell’Ariston malamente calcato da Morandi, spaesato, e dalle incapaci bellezze di turno, ma hanno avuto il poco invidiabile merito di avervi sdoganato le parolacce, troppe e gratuite, senza moralismi. Certo, memorabili i duetti satirici anche se forzati dai meccanismi ipocriti della par condicio. Molto ci si aspettava dalla serata dedicata alla ricorrenza dei centocinquanta tricolori ed invece la celebrazione ha un po’ deluso. L’esegesi dell’inno di Benigni non valeva certo più di un’ora di monologo fin troppo retorico; le canzoni storiche sono state in molti casi maltrattate: Anna Oxa proprio non ci è andata giù, per fortuna Vecchioni ha sistemato le cose.

Curiosità sui testi: dopo il “tutti i luoghi tutti i laghi” di Scanu, Sanremo si è trasformato in un bacino idrografico: “giù giù giù nel mare” per Barbarossa e signora Alonso, “non scorre il sangue dentro al fiume/ che ci portava verso il mare” della Ferreri, “Piangerai/ come pioggia tu/ piangerai” dei Modà, “l’onda sulla spiaggia” di Madonia, “o per mare o per terra” di Anna Oxa, “Sale e scende la marea” di Van De Sfroos. Per non parlare del sopruso di cielo, terra e altri agenti atmosferici. L’anno scorso criticarono duramente Povia per una splendida canzone sul caso Englaro ed ecco il banale risultato sospeso solo da un anacronistico sforzo sociale di Al Bano che si è accorto solo ora del problema dello sfruttamento della prostituzione. Altre bizzarrie imperdibili: “il solito scocciatore della domenica” di Patty Pravo e l’apologia del tradimento dei La Crus con uno sfacciato “non credo nel peccato amore mio/ perché non credo in Dio”. Note liete alcune canzoni davvero belle; Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni, L’alieno di Luca Madonia, il ritorno di Max Pezzali con la fresca e fuori dal contesto Il mio secondo tempo, Yanez di Van de Sfroos, il reggae del giovane Anansi con Il sole dentro e la poesia di Fausto Mesolella, Tre colori, cantata da Tricarico. Lasciatemi passare un verso: “Quelli nella nebbia hanno una bandiera verde”. Meglio di qualsiasi tentativo di satira. L’ultima chicca, la gaffe di un dirigente Rai Trade che ha esposto in conferenza i risultati del televoto prima della finale, prendendosi un “vaffa…” da un Morandi inviperito, che getta ancora più ombre sul sistema malato del televoto, nemico di un Festival decadente. Per fortuna Vecchioni e un misterioso “gufo con gli occhiali”, espediente firmato Gialappa’s Band per movimentare la serata conclusiva, hanno sistemato le cose.

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