Chiesa poco drastica sul caso Libia

Articolo di: Vincenzo Vertolomo

Dalle proteste popolari alla guerra civile, fino all’intervento armato delle forze delle Nazioni Unite. È un copione visto,

fonte indika.it

purtroppo, già troppo volte negli ultimi vent’anni. La guerra in Libia che ha coinvolto il regime del colonnello Gheddafi ci pone l’ennesima riflessione e convinzione su come le guerre, e le distruzioni che ne conseguono nel mondo, sono destinate a non finire mai. Perché ancora una volta uno stato arabo-africano si ritrova ad implodere ed innescare una guerra fratricida che andrà a richiamare l’intervento “armato” dei paesi occidentali? La cronostoria dell’ultima guerra “cercata e voluta” ha registrato i primi scontri e le prime sommosse ad Al Baida, Bengasi e Zenten, alcune delle più importanti città della Libia, provocando i primi morti e le prime repressioni eseguite dal regime del colonnello Gheddafi. Si è continuato a Tripoli, Misurata, Zawaiha e Zura mietendo centinaia di morti in pochi giorni. Mentre i ribelli hanno continuato a rivoltarsi contro il regime dittatorio, il Consiglio delle Nazioni Unite ha incominciato a imporre i primi veti ed embarghi allo stato libico e poi a formare una coalizione internazionale per fermare la repressione forzata dell’esercito libico contro i propri ribelli e civili. In pochi giorni si è passati dalla sommossa popolare contro il regime totalitario alle prime invasioni aree ordinate dalla Nato. Poco dopo il colonnello Gheddafi ha ordinato il cessate il fuoco ma gli stati alleati europei, in primis Francia e Gran Bretagna, hanno annunciato l’uso di elicotteri da guerra. Intanto anche l’Italia è riuscita ad annunciare il proprio appoggio alla guerra in Libia ed approvato l’esecuzione dei bombardamenti da parte di aerei italiani in Libia. Ormai è diventato un continuo scarica-bombe sul territorio africano, divenuto devastato e martoriato. Ancora oggi, a distanza di pochi mesi dall’inizio della guerra in Libia, la coalizione degli stati alleati europei cerca di combattere il nemico con la reazione dello stato libico ormai alla resa, inerme, se non inesistente. Il colonnello Gheddafi da tempo non prova neanche più a reagire. Intanto gli stati delle Nazioni Unite continuano a combattere il nemico, se pur con il tempo sia diventato invisibile, come se fosse diventato il nulla.

Ad aggiungersi a questa tragedia, quella delle morti in mare dei cosiddetti “clandestini” che hanno provato e sperano in un’altra vita aggrappandosi ad un barcone stracolmo. Anche in mare centinaia di morti che vengono sentenziate sotto gli occhi indifferenti del mondo e le orecchie otturate degli stessi stati delle Nazioni Unite. Ad essere ricordato e omaggiato solo un timido appello lanciato all’inizio delle tragedie dalla Chiesa. Ormai sembrano lontani i tempi in cui il Vaticano tuonava contro le guerre «avventure senza ritorno» in stile Karol Wojtyla, quando le alte gerarchie ecclesiastiche alzavano la voce per condannare senza “se” e senza “ma” le avventure dell’Occidente mediante bombardamenti e distruzioni giustificate come ingerenza umanitaria. Ma se lasciamo stare il passato e, tenendo conto del presente e dell’attuale crisi libica, dove la posizione della Chiesa appare assai defilata e pur se Ratzinger in realtà ha fatto sentire più volte la sua voce, sembra che in effetti non ci sia stata quella forza e quella intensità consueta nell’imposizione di una propria visione della realtà. È stata netta la linea del nostro Papa Benedetto XVI che ha più volte esortato: «Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia cresce la mia trepidazione per l’incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall’uso delle armi», aggiungendo che «nei momenti di maggiore tensione si fa più urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature». Resta ancora oggi il rammarico perché nell’ennesima “guerra tra poveri” era necessario un intervento accorato e sentito. Bisognava essere ancora più drastici, bisognava essere più fermi nella richiesta di un “cessate il fuoco” immediato e senza condizioni da imporre sia a Gheddafi e sia ai ribelli ed era necessario esprimere in modo fermo, ai limiti di una scomunica, una condanna chiara e inequivocabile dei bombardamenti occidentali che tante vittime hanno provocato e stanno, purtroppo, ancora provocando. A sorridere e registrare un bilancio positivo resteranno solo le industrie belliche dei paesi occidentali.