Il matrimonio cristiano, privilegio singolare

Articolo di: Padre Gian Franco Scarpitta

Il vincolo di unione fra l’uomo e la donna definito comunemente con il termine “Matrimonio” è contemplato sin dall’antichità presso tutti i popoli e in tutte le aree culturali, dove trova la sua legittimazione giuridica o religiosa a seconda del contesto in cui sussiste.

Anche la nozione di Matrimonio varia a seconda delle varie dimensioni culturali: dalla società occidentale, da cui deriva anche la nostra concezione di Matrimonio come nucleo di convivenza di due coniugi con i loro figli, il termine deriva dalla contrazione delle parole mater (madre) e munus (compito, ufficio), che riguardano il ruolo o “l’impegno” della donna a diventare madre. Nell’antica latinità infatti con il Matrimonio avveniva la maternità e quindi la legittima generazione della prole dal vincolo coniugale. Sempre nel mondo latino, il termine “coniuge” deriva da cum iungere, cioè il “sottoporsi di due persone congiuntamente sotto lo stesso giogo” e impone la monogamia e la convivenza come condizione dell’unione sponsale, anche se avviene senza alcun rito particolare.

Nell’antica Grecia il patto nuziale viene sancito dal padre della sposa e dal coniuge della medesima al momento in cui questi si impegna ad accogliere la donna nella propria casa; il Matrimonio propriamente detto avviene però all’inizio della convivenza e con la generazione della prole. Nel mondo ebraico il Matrimonio è indispensabile per realizzare l’unione fra due famiglie e per ciò stesso la continuità dell’eredità culturale e anche altre religioni come l’Islam e l’Induismo lo raccomandano vivamente quale dimensione nobile e importante per la procreazione e per la realizzazione sessuale e spirituale dell’uomo e della donna.

Come si può notare, presso tutte le culture sussistono, anche se non sempre esclusivamente, elementi di continuità con il Matrimonio cristiano e non sono poche le occasioni in cui su questo punto è possibile trovare elementi di incontro e di comunicazione dialogica con altre confessioni religiose. Del resto, presso tutti i popoli e le culture civili e religiose si intravvede nel Matrimonio una via di realizzazione della coppia e un grosso contributo alla convivenza sociale. Tuttavia, seppure (come vedremo più avanti), non si tratti di un’istituzione propriamente cristiana, la celebrazione del Matrimonio in Cristo costituisce un privilegio singolare e assoluto nonché un particolare beneficio a vantaggio del singolo e della società umana. Forse non tutte le coppie che decidono di celebrare le nozze in chiesa vi prestano attenzione, ma è una realtà di fatto che il Matrimonio cattolico è, in un certo senso, l’unico sacramento “privilegiato” che Gesù Cristo possa aver concesso ai suoi fedeli. Tutti gli altri segni visibili della presenza efficace di Cristo prevedono infatti, unitamente alla forma di celebrazione e alla materia, un ministro per mezzo del quale Cristo stesso agisce conferendo quella grazia particolare; questi è quasi sempre è il sacerdote, in alcuni casi può esserlo il diacono e nelle situazioni di particolare rilevanza pastorale anche il Vescovo, come nel caso della Confermazione. Quanto al Matrimonio, invece, durante i prescritti corsi di preparazione, non si insisterà mai abbastanza nello spiegare ai nubendi che essi stessi saranno i ministri del Sacramento che li riguarderà! Solo l’uomo e la donna possono infatti decidere consapevolmente e con deliberazione del loro futuro e solamente essi possono sigillare il loro amore attraverso la donazione reciproca espressa per mezzo di un consenso libero, radicale e non coatto. Attraverso di esso, lo stesso Cristo agisce invisibilmente ma nella piena efficacia per realizzare la reciproca oblazione d’amore indissolubile che legherà per sempre i due coniugi in un vincolo che nessuna autorità umana potrà mai disgiungere. Cristo stesso, che ha amato la sua Chiesa con l’intensità che si addice ad una sposa (la Chiesa è infatti sposa di Cristo) realizza nel consenso dei coniugi l’unione di due membri in «un cuor solo, un’anima sola» e in una sola carne. In questo consiste quindi il privilegio speciale che viene concesso agli sposi in questo Sacramento: essere essi stessi i ministri del consolidamento definitivo del loro amore, attuato da Cristo per il bene di essi stessi e della comunità umana.

Concepito come realtà sacramentale, il matrimonio ha la duplice finalità del bene dei coniugi e del prolungamento della specie, e richiede la ferma disposizione all’amore reciproco nella fedeltà assoluta in ogni circostanza, felice e avversa. Sempre nell’ottica dell’amore incondizionato, l’unione sponsale prevede altresì, come condizione irrinunciabile per la sua validità, la ferma volontà di trasmettere la vita e di prolungare la progenie nell’accoglienza incondizionata della prole. In tutto questo i coniugi, corrispondendo alla vocazione all’amore nel loro peculiare ambito di vita, si rendono partecipi dell’amore di Cristo per l’umanità, amore disinteressato per il quale Egli donò la vita per gli altri nell’estremo supplizio della croce. Essi sono anche un riflesso della relazione di mutua co-appartenenza fra le persone della Ss. Trinità, che nella comunione eterna si donano nell’amore l’Una all’Altra. Tutte queste motivazioni sono sufficienti perché i nubendi possano escludere anche l’idea vaga e lontana del “fallimento” della loro unione sponsale come pure la mancata perseveranza nella fedeltà all’amore reciproco.

Nella misura in cui si concepisce il matrimonio nell’ottica della fede e sotto l’aspetto della sola vocazione all’amore mutuo, spontaneo, sincero e disinteressato, anche le immancabili difficoltà della convivenza familiare quali il lavoro e la gestione della casa e dei figli troveranno la loro pacifica e dialogica soluzione. Se si persevera nell’amore vicendevole sincero anche le minacce all’unità, le eventuali immancabili crisi passeggere e le perfino le situazioni insostenibili di miseria, di grave infermità, di delusione nella crescita dei figli e problemi di altra natura potranno essere affrontate con determinazione e dominate con successo. Dolore e fatica sono gravosi ed estenuanti per tutti, ma nell’unione, nella concordia, nell’accettazione vicendevole il giogo si alleggerisce notevolmente. Se si concepisse il matrimonio nell’ottica dell’amore di Dio nei nostri confronti e il valore dell’indissolubilità come un’espressione della libertà nella scelta dei giovani di appartenersi a vicenda per tutta la vita nell’amore, scelta dettata dalla serietà, dalla ragione e dall’entusiasmo non si verificherebbero attuali problemi di devianza coniugale con spiacevoli conseguenze esiziali soprattutto sui figli. Se si concepisse la reale positività del Sacramento come finalizzato al vero bene dei coniugi, ci si guarderebbe infatti dalla scelta troppo avventata di sposarsi a volte senza ponderazione e senza criterio ma solo per banali infatuazioni vacue ed esteriori. Se si concepisse l’amore di Dio in Cristo sarebbe anche automatica l’accettazione dei moniti ecclesiastici perché è Crsito stesso che nel disporre così il matrimonio cerca il vero bene di due sposi.

Il fenomeno sempre più crescente ai nostri giorni della separazione e del divorzio, delle unioni di fatto e delle varie altre alternative alla sacralità del Matrimonio, rievoca il pensiero del teologo Bokle sull’atteggiamento comune dei cattolici di fronte alle disposizioni ecclesiastiche: «Non è la trasgressione delle norme bensì la loro contestazione a porre in crisi il modo di intendere il matrimonio e la comunione coniugale». Ci si separa e si ricorre alle nuove nozze per una certa indifferenza verso i pronunciamenti della Chiesa che deriva da una sorta di contrasto e di rifiuto profondo che si riverbera soprattutto nelle nuove leve. In realtà non si trasgrediscono le norme della Chiesa, ma non le si accetta in partenza con le conseguenze che tutti conosciamo.

Eppure, le prerogative di fedeltà, amore, accettazione reciproca e procreazione responsabile non sono originarie del solo vincolo sponsale cristiano. Anzi, come abbiamo accennato all’inizio, il Matrimonio stesso non è una realtà istituita da Cristo. Questi non ha fatto altro che esaltare una dimensione propria della natura umana elevando alla dignità di Sacramento quella che è sempre stata la tendenza dell’uomo a realizzare se stesso completandosi con l’altro sesso. I Giudei gli ponevano la questione sulla legittimità del ripudio, da parte dell’uomo, della propria consorte, domandando esplicitamente: «Signore, è lecito ad un uomo ripudiare la propria donna per qualsiasi motivo?». La domanda non era impertinente, poiché la Legge di Mosè aveva prescritto che l’uomo potesse diffidare la propria moglie (non il contrario) stendendo un libello di ripudio. Su questa normativa si erano costituite le due scuole rabbiniche di Hillel e di Shammai, la prima delle quali riteneva che per la liceità del ripudio fosse sufficiente qualsiasi motivazione addotta dal coniuge, anche fra quelle più banali; la seconda scuola imponeva invece la comprovata infedeltà della donna come condizione essenziale per la messa in atto del divorzio (Dt 24, 1). Nel risolvere la controversia, Gesù espone l’idea che qualunque autorità o istituzione umana consenta lo scioglimento del vincolo coniugale contravviene all’originario progetto d’amore divino che corrisponde alle esigenze naturali dell’uomo; respinge pertanto ambedue le posizioni rabbiniche, restituisce la pari dignità originaria all’uomo e alla donna e recupera il senso pertinente delle Scritture, che era stato travisato dall’egoistico interesse dell’uomo: «Per la durezza del vostro cuore egli (Mosè) scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;  per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto… Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;  se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10, 5 – 12). Gesù si appella ai testi della Genesi, per quali l’uomo e la donna realizzano la loro simbiosi per formare una sola vita delle due: «Maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). Qui l’autore sacro fa parlare il Signore: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Nella lingua ebraica originale questo “aiuto che gli sia simile” viene tradotto con “aiuto per lui”, ossia un ausilio che sia sorgivo della stessa carne e fautore della stessa vita, insomma qualcosa che appartenga all’uomo e che sia proprio dell’uomo, carne della sua carne. Un “aiuto per lui” che possa completarlo nella sua esistenza. Questo non può trovarsi in alcuno degli animali che vengono posti in essere, ma non può che sussistere nella donna, intesa come un supporto che comporti però la parità e l’uguaglianza con l’uomo e che fondi l’assoluta unità. Ma occorre insistere sul fatto che la Rivelazione ci ragguaglia su una realtà che corrisponde al desiderio insito nella natura umana di trovare la completezza e la realizzazione definitiva nell’altro sesso, e pertanto sia la Scrittura, sia le direttive pastorali della Chiesa non tendono ad altra finalità se non quella del bene effettivo dell’uomo e della salvaguardia della sua dignità personale. Ottemperare quindi alla fedeltà coniugale e valorizzare la dignità dell’unione sponsale senza svilire la sua portata vocazionale equivale a salvaguardare la fedeltà agli imperativi stessi della ragione umana.

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