Parusia, presenza e speranza

Divina Invasione (The Divin Invasion) è il secondo romanzo della Trilogia di Valis pubblicato nel 1981 in cui si coniugano le Sacre Scritture, in chiave fantascientifica e un pizzico ironica, trattando del ritorno di Dio sulla Terra per sconfiggere il Male. Un tema dei più abusati in letteratura come nel cinema che, a prescindere dal credo religioso dell’autore, esprimono l’esigenza dell’uomo di essere invaso dalla potenza di un esercito benefico che spazzi via l’ingiustizia dal mondo. “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,27). In questo passo della Bibbia troviamo le tracce della parusia che, nella teologia cristiana, indica il ritorno sulla Terra di Gesù, ritorno predetto dal Messia prima della sua morte e atteso invano dai discepoli subito dopo la sua Resurrezione. Questa dimensione esterna della “divina invasione” rimanda al primo significato del termine parusia, appunto quello cristiano, di attesa, avvento, speranza che si concluderà con il momento del giudizio finale.

Ma “divina invasione” è anche l’estasi poetica e la catarsi drammatica che rapisce chi è in Dio, senza se e senza ma, chi gode della pienezza dello Spirito Santo e riesce ad invadere a sua volta di serenità e forza chi gli gravita attorno. E’ la sensazione che riesce a farci vivere, ad esempio, l’essere munifici. Questa dimensione interna della “divina invasione” con effetto multiplying, effetto a catena, è in assoluto la più bella e si aggancia al secondo significato del termine parusia, quella che rimanda all’etimologia greca della parola. Parusia significa presenza. Ed è singolare che sia proprio il giorno di Pasqua, quello in cui il figlio di Dio lascia la terra per salire nei cieli, esattamente il tragitto contrario che farebbe nella parusia cristiana, a farci sentire, più forte ancora del Natale, la presenza di Dio in mezzo a noi.

In questa edizione abbiamo voluto raccogliere alcune delle presenze della Pasqua e di questo Aprile 2011 col solito apporto di storia, cronaca ed interviste. Particolarmente degna di nota è l’intervista a Giulio Bifani, il protagonista della Via Crucis metese che, in una chiacchierata intima e rivelatrice, confessa i perchè della sua ultima partecipazione all’evento.

C.M.V.

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Il potere del mistero

La curiosità è figlia dell’inaccessibilità e del segreto. È il mistero ad alimentare in noi il desiderio di conoscenza, come a dire: si ha sete solo quando si ha la gola secca. Eppure questo atteggiamento se da un lato è stato il motore primordiale di tutte le scoperte e delle invenzioni del genere umano, dall’altro rappresenta per noi un limite quotidiano, un ostacolo. Ragionando a contrario infatti, se la curiosità è figlia del segreto, ne consegue che laddove qualcosa è svelato, è disponibile, esso non genera in noi più alcuna attenzione e finiamo per perderci il meglio che la vita può darci la maggior parte delle volte. E la Chiesa questo potere lo conosce bene. Non a caso il suo successo nei millenni ha trovato radice nella fede, che è forse il più grande dei misteri da svelare. Ma anche i suoi insuccessi nella storia sono stati legati al segreto, all’occultamento e alla repressione di fatti e pensieri. Per questo ha avuto risonanza mondiale, il 10 novembre del 2010, la notizia dell’apertura della Biblioteca Apostolica Vaticana, una roccaforte di sapienza antica, un patrimonio inestimabile fino ad allora sconosciuto ai più, che resterà in mostra fino al 13 marzo 2011. Analogamente non può non destare clamore la notizia dell’apertura della Biblioteca e degli Archivi della nostra diocesi presso la cattedrale di Sorrento, anche essa, per parte sua, culla e levatrice della cultura occidentale che tiene a battesimo testi e documenti di rara bellezza e interesse. Una rivoluzione democratica questa a cui dovremmo dare un seguito mantenendo alta, nonostante tutto, la nostra curiosità. D’altronde ta biblìa, i libri per antonomasia, racchiudono sempre un grande segreto.

Costanza Martina Vitale

Buone notizie

Editoriale di: Francesco Bevacqua

Il primo numero del 2011 non schiude le pagine all’insegna degli auguri di buon anno, di cui ognuno avrà fatto incetta, ma di quelli, più particolari, di “buona notizia”. Scovare una lieta “ultim’ora” tra scandali e battibecchi, bestemmie condonate, realtà scura come la notte o come i sacchi della nostra indifferenziata, diventa un’impresa non semplice. Eppure, anche se il Natale è ormai un ricordo, c’è un’immagine che mi ha scippato un sorriso dalle labbra: la cometa come comunicato stampa, i Magi come primi inviati all’estero, il Vangelo quale cronistoria della più importante novella mai registrata: la discesa di Cristo a sconfiggere la peggiore cronaca nera di sempre: la morte. C’è modo e modo di riferire i fatti. Gli interventi di Paolo Brosio e Paolo Rodari ci parlano di un modo di raccontare le cose che sentiamo ci appartenga. Che si parli di attualità, temi scottanti, tragedie e brutti presagi, sport, musica o cucina, l’importante è tener presente e imprimere sulla pagina i valori che la nostra fede ci ha insegnato. Rispondiamo al carrozzone politico con le limpide idee dei più giovani e all’emergenza rifiuti con le iniziative ecologiche. Il Centro varca la soglia dell’anno neonato con importanti propositi, progetti, con passione e consapevolezza di aver sempre provato a scovare “nuove” cariche di speranza pur trattando di un disastroso terremoto, dei militari caduti, dell’eutanasia e della tossicodipendenza. Buona lettura e ad ognuno di voi una “buona notizia”.

“Considero valore”

Editoriale di: Costanza Martina Vitale

Puntualmente ogni anno rimango sorpresa dal miracolo che si realizza durante le feste natalizie. Rispolverare gli addobbi, tirare fuori vecchi pastori, pensare ad una nuova composizione sull’albero di Natale, che magari è rimasto lo stesso dell’anno prima, come dell’anno prima sono le decorazioni e le luci colorate. Tutto rimane invariato eppure ci dà la stessa tensione, lo stesso entusiasmo di una cosa nuova. Si sa che quando le cose ci appaiono diverse è perchè siamo noi ad essere cambiati e dentro di noi assume tutto un mutato significato, un nuovo valore. Consideriamo valore ciò di cui prima non eravamo consapevoli e riusciamo a dare la giusta importanza a cose che ci sembravano irrinunciabili. Questo Natale e il prossimo 2011 è stato e sarà per noi come un primo Natale, un primo Capodanno, anche se la nostra vita può sembrarci uguale, anche se non è sopravvenuta la nascita di un figlio, il dolore di un lutto, la gioia di un matrimonio, l’amarezza di una separazione o una svolta economica a farcelo sentire rinnovato. Anche se le previsioni astrali propinano ancora la solita solfa. Riusciamo a guardare a questo periodo, nonostante tutto, con la speranza di un bambino che attende, imbarazzato e curioso insieme. La delusione che alcuni provano a festa conclusa non è altro che la prova che ci approcciamo ancora alla festa, per fortuna, come un infante che allunga ogni anno la sua lista dei valori da chiedere in dono.

Quest’anno io ho considerato valore ricordarsi di essere stati bambini, proprio come lo è stato Gesù.

C’è un senso di “ohana”

Editoriale di: Iole Filosa

Camminando tra le strade della nostra Penisola è evidente quanto e come questa straordinaria terra custodisca gelosamente la doppia natura di città e di paese. Della città ha la tendenza al progresso, la capacità di esaudire le necessità nel giro di pochi chilometri, leleganza di unutenza attratta dalla cultura e dallarte. Del paese ha il senso materno, quellatmosfera gioiosa che ti fa pensare di essere realmente a casa quando torni, la grandezza delle piccole cose, del saluto al negoziante di sempre davanti casa, del cenno al vecchio seduto sulla panchina a condividere con la nipotina ed i piccioni le ultime briciole di vita, del sorriso che scambi con uno sconosciuto mentre passeggi su vie dorate dautunno. Coesistono perfettamente questi due aspetti. Una terra che ha il profumo insistente del sud, nel senso più scevro di accezioni negative, che sa di appartenenza, di ohana così come la saggezza hawaiana definisce il senso di familiarità. Una terra che dà tanto, attraverso i suoi cittadini e le istituzioni, e che merita altrettanto. Il file rouge che accompagna questa edizione è proprio la rivalutazione e la riscoperta del nostro territorio a 360 gradi. Perché anche attraverso i piccoli gesti quotidiani, in qualsiasi contesto ci si trovi, è possibile dare valore a tutto questo. La redazione ha deciso di iniziare a dare in prima persona un segno concreto del rispetto per lambiente attivando liniziativa Ricicla con il centro di cui potete leggere sul retro del giornale. La nostra terra ha bisogno anche di noi. E di tutti voi.

Niente Paura

Editoriale di: Fabrizio d’Esposito

Il bassorilievo della cappella Liguori a Meta che reca scritto "Ubi est mors, victoria tua"

Il numero che leggerete questo mese è ricco di spunti su cui riflettere. C’è la morte e la ricorrenza del 2 novembre con un approccio originale: due reportage per cimiteri e fiorai. C’è un ampio servizio su don Nicola De Maria, prete anticlericale della nostra diocesi noto soprattutto per le sue polemiche contro le gerarchie ecclesiastiche. C’è, ancora, un’intervista a Pino Aprile che ha scritto un libro importante su una ferita mai rimarginata del nostro Risorgimento: il Sud e l’Unità d’Italia. C’è, infine, un articolo del nostro Francesco Bevacqua sui giovani e la politica nel 2010: un dibattito che proseguirà nei prossimi mesi per interrogarsi sui motivi che oggi tengono lontano un quindicenne o un ventenne dai partiti.

Per indole e storia personale, sarei tentato di indugiare su quest’ultimo tema. Per tre lustri abbondanti, dai quindici ai trent’anni, ho sempre applicato alla mia vita, anche nel privato, una narrazione politica, in base alla mia ideologia di sinistra. Oggi non è più così. Allo stesso tempo osservo che la Seconda Repubblica ha ucciso l’interesse dei giovani, interesse in senso nobile e non per convenienza personale, per la politica: perché? Nel nostro piccolo ce lo chiederemo.

Novembre però è soprattutto il mese dei morti, dei nostri morti. Domenica scorsa la seconda lettura è stata il mio brano paolino preferito, nella nuova versione della Bibbia (Cei, 2008). E’ il testamento di San Paolo: <Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede>. La propria vita versata in offerta. Versare non è un verbo di morte. Anzi. Indica movimento, vitalità. Ecco noi cristiani facciamo fatica a pensare alla morte come a un evento vitale da festeggiare. I nostri sacerdoti ce lo ricordano spesso durante le omelie funebri ma noi non riusciamo a mentalizzare in questi termini il lutto per la perdita di una persona cara. Invece, la morte, intesa come ascesa al cielo, andrebbe festeggiata. In fondo, noi cattolici siamo solo di passaggio su questa terra.


L’editoriale: Noi, gregari dello stesso gioco

Editoriale di: Iole Filosa

La creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti

L’apertura sul Sinodo e la nostra gerenza costellata più del solito di collaboratori è una gran bella “coincidenza”. Settembre è sempre un inizio, un mese in cui, più che nel frastuono dell’ultima mezzanotte dell’anno, si tirano le somme su ciò che si stringe e ciò che si è lasciato andare, ciò che si è perso e le cose o, ancora meglio, le persone di cui ci si è arricchiti. Lo stanno facendo i sacerdoti della nostra diocesi discutendo dell’impegno pastorale e delle sue sfumature. Lo facciamo noi come giornale aprendo le porte a nuovi volenterosi collaboratori e, nello stesso tempo, tenendo viva la gratitudine verso chi dall’inizio ha sempre fatto parte della squadra in modo onesto e appassionato. Lo facciamo tutti come singole persone riguardando esami sostenuti, lavori archiviati, domande presentate, attività avviate, relazioni intessute… Tutte queste realtà hanno una cosa in comune: l’unione. Si dice spesso che l’unione fa la forza, ma nel concreto si gioca a fare i solisti. E dimentichiamo che siamo tutti gregari. Gregari gli uni nei confronti degli altri e di un gioco più grande di noi che si chiama vita (e in nessun altro modo) e da cui solamente con l’appoggio sincero dei compagni d’avventura, talvolta professionale, più spesso personale, si esce davvero vincenti. L’augurio è di mantenere testa a questa sfida, di non perdere per la strada persone indispensabili, per il loro cuore ancora prima della loro intelligenza, e di dare, sempre, il giusto valore ad ogni attimo, ad ogni sforzo, ad ogni promessa, ad ogni traguardo.

Un orizzonte di purezza d’amare

E se fosse un lago della Birmania a custodire il segreto della purezza? La foto che vi proponiamo in copertina è uno dei tanti spettacoli naturali che il nostro pianeta ci offre. Un orizzonte d’amare, con tutti i giochi di parole possibili, che assume le sembianze di una tenera scena familiare o, se preferite, divina, solo in alcuni periodi dell‘anno e solamente con una particolare luce del Sole. Agli sgoccioli di questa estate 2010 non possiamo non regalarci ancora qualche squarcio di meraviglia dai colori accesi, che siano bellezze indigene o labirinti dello spirito. «Il cammino naturale dell’anima è verso l’altruismo e la purezza – sostiene Gandhi e continua dicendo che – la purezza non può venire imposta dall’esterno. Deve procedere da un’evoluzione interiore e, perciò, da uno sforzo individuale». Una bella sfida, senza dubbio. Ma che, forse, vale la pena affrontare.

Le pagine che sfoglierete altro non sono che la testimonianza della ricerca continua, disperata e sfaccettata dell’uomo di trovare il suo “posto nel mondo”, per dirla alla Fabio Volo, di delineare la propria strada diretta alla conoscenza di sé e l’accoglienza degli altri attraverso un viaggio ideale, un’isola, una filosofia, un cammino, un sì, un impegno, un’opera d’arte o anche semplicemente un incontro. Magari l’incontro con la purezza primordiale dell’essere umano, rispolverata o finalmente riconosciuta, ripescata dai fondali di un lago spirituale incantato che, per natura, porta dentro di sé la capacità di provare nuovamente meraviglia e di permettere ad altri di specchiarsi senza opacità nel proprio stralcio di immenso, proprio come il lago della Birmania.

Iole Filosa

Il mercato della fratellanza

«Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di eneria, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione, diga che fa risalire l’azqua nel bacino e permette di accumulare l’energia di cui l’azione rende poveri». Così Alberto Moravia invita alla meditazione, alla riflessione interiore che apre verso l’io e verso la vita. È il senso che assume la vacanza nella vita di un cristiano, o almeno è quello che traspare dalle testimonianze raccolte in questa trentasettesima esizione. Un congedo dalle occupazioni materiali per impegnare corpo e spirito verso un obiettivo più alto e sacro: le relazioni umane. Non importa quale sia la meta delle vacanze, se un luogo piò o meno impervio o più o meno lontano. Ogni tragitto custodisce le sue difficoltà e ogni difficoltà un momento di maturazione. Sarebbe distorto pensare che trascorrere una settimana nel silenzio della natura raprresenti una scelta più saggia di un week-end nel caos di una babele sconosciuta. Tutto è incontro con il prossimo e tutto è incontro con Dio. Il vero peccato sarebbe arroccarsi sull’eremo della riflessione senza concedersi il gusto dolce e medicamentoso del confronto. La missione evangelica è sostanzialmente ricerca del bello e del nuovo, ricerca dell’altro. Perciò che questa estate all’insegna delle vacanze cristiane sia un periodo di riappacificazione, un luogo per abbattere i muri della diffidenza e della diversità, un tempo in cui fare gruppo e reimparare ad essere ospitali cedendo alla tentazione dell’unico acquisto che ancora convenga fare: quello nel profumato e coloratissimo mercato della fratellanza.

Costanza Martina Vitale

Editoriale “La ricerca della Notizia”

Gli scalatori di montagna lo sanno bene: la vetta si gode nella sua interezza non mentre la si sta respirando, non mentre le mani sono ancora impastate di terreno e sudore, ma guardandola attentamente dalle pendici, dalla catena montuosa opposta, dall’alto. Per questo motivo, in occasione del nostro 3°compleanno, ci siamo messi in ascolto di alcune persone che ci hanno seguito da vicino in questi 36 numeri e rappresentano primizie nella storia del giornale. Spesso anche il silenzio costituisce un’azione e ancor meglio, come negli scacchi, ne precede la definizione. Attraverso loro e attraverso ognuno di voi ci specchiamo. E quello che più risalta è che “Il Centro” parla di chi lo scrive tanto quanto di chi lo legge. Ma cosa ci unisce?

Se potesse parlare il nostro primo numero direbbe che ci vede uguali e diversi oggi. Uguali nell’entusiasmo, diversi nella consapevolezza del nostro “fare informazione”. Con noi sta crescendo una classe di giornalismo specializzata nell’ambito cristiano, che osserva gli avvenimenti delle realtà religiose anche con la prospettiva della “notizia”. Se non si tratta di restauri o denuncie gli altri giornali tacciono e invece costituiscono vera e propria notizia anche giovani vite in cammino per Santiago di Compostela, tutti i racconti di vita che arricchiscono le nostre pagine o il silenzioso raggiungere nelle case chi soffre. è notizia perché parla di vitalità e le notizie sono capaci di rivoluzione. Sant’Agostino diceva «il sogno, la poesia, l’ottimismo aiutano la realtà più di ogni altro mezzo a disposizione». Ed è bello anche da cittadini poter fare informazione, questa informazione, nella nostra Penisola, nella terra che ci ha cresciuti, trattando tutto ciò che della quotidianità tocca, inevitabilmente o piacevolmente, ognuno di noi. Il cristiano non rimane a vita nelle chiese, non si barrica nelle canoniche. Il cristiano va per il mondo e va per annunciare la Notizia. E in fondo questa non è anche la missione del giornalista? Ecco cosa ci unisce. Auguri redazione.

Iole Filosa